Partecipazione

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Chi si sente coinvolto e interessato coopera alle decisioni comuni. Foto di Diva Plavalaguna

La sessantacinquesima parola buona è PARTECIPAZIONE.

Un giorno lessi sul giornale l’invito ad iscriversi alle liste dei presidenti di seggio. Compilai la domanda e, dopo non molto, mi chiamarono dalla Prefettura per spiegarmi gli adempimenti. 

Del seggio affidatomi, di anno in anno conoscevo gli anziani che tradizionalmente si presentavano a votare dopo la messa della domenica e i giovani che comparivano verso sera dopo aver trascorso una giornata al lago o sui colli. 

In quel micromondo c’erano: gli scrutatori estratti a sorte, i rappresentanti di lista designati dai partiti, le forze dell’ordine, gli alpini veneti mandati a sorvegliare i seggi giorno e notte, il personale incaricato di risistemare le aule scolastiche prima della ripresa delle lezioni. Da dietro alle quinte tutti contribuivamo al funzionamento democratico del Paese. 

Qualcosa é cambiato da quando, nei primi Anni novanta, per esprimersi sui referendum elettorali, si recarono al voto più di 6 italiani su 10. In quel tempo la tradizione partecipativa dei votanti alle elezioni parlamentari oscillava tra l’80 e il 90% degli aventi diritto.

Nel turno elettorale del settembre 2022 alle urne sono andati molti meno cittadini del solito e le serie storiche ci dicono che chi oggi vota meno è donna e abita al Sud. Qualcuno  ha suggerito il ricorso al voto online almeno per alcune categorie di elettori, come, per esempio, gli studenti universitari fuori sede. Strumenti di partecipazione più moderni potrebbero riavvicinare quella parte di Italiani che dichiara di non avere alcun interesse per la politica. Tra le volontà  del nuovo Parlamento speriamo non manchi quella di contrastare la dilagante disaffezione per le consultazioni elettorali.

La nuova parola buona é PARTECIPAZIONE.

Garantire alle persone correttezza e spontaneità aumenta il loro interesse e la loro disponibilità a cooperare alle decisioni comuni.


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Sergio Astori

Chi sono

Sono papà di Giulia e Silvia e marito di Monica, immunologa clinica.
Mi appassiona conoscere ciò che ci anima come donne e uomini, e studio le situazioni di limite che possono offuscare la bellezza delle persone.
Sono cresciuto a Bergamo, poi sono diventato medico a Milano, poi mi sono specializzato a Pavia in psichiatria e psicoterapia, infine ho completato gli studi con un dottorato in Salute pubblica, scienze sanitarie e formative.
Esercito a Milano dove insegno alla Facoltà di Psicologia dell’Universita Cattolica.
Quello che credo in una frase?
In noi l’intelligenza coniugata con la coscienza è una scintilla di infinito che può fare la differenza.