#PAROLEBUONE

Rispetto

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Murales realizzato da Ozmo in onore a Willy.
Foto di Marco Garofalo.

La ventesima parola buona è RISPETTO.

Dopo un lungo periodo di restrizioni, qualcuno ha affinato la sua empatia. Altre persone, invece, sopraffatte dalla frustrazione, mantengono rapporti con gli altri ancor meno buoni di prima. In un tempo già carico di preoccupazioni, sembra assurdo assistere alla cronache di nuove prepotenze, soprattutto dopo che la quarantena collettiva del 2020 ci aveva abituato ad un’immagine della società diversa, più calma e discreta.

Sappiamo che i modi gentili comprendono il buon gusto, il rispetto dell’altro, l’accoglienza, il farsi avanti per cedere il posto, il rispetto per le cose altrui, l’utilizzo delle parole «prego» e «scusa».

Sappiamo anche che gli episodi di violenza non sono isolati e casuali. Come ha scritto bene Silvia Sanchini dopo l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, sono frutto di periferie trascurate, senza proposte educative e culturali, di adolescenti e giovani abbandonati a loro stessi e senza punti di riferimento, di adulti troppo concentrati su di sé e i loro drammi per ricordarsi di avere un compito anche educativo.

Se siamo immersi in una cultura distorta, dove un giovane impegnato in Azione Cattolica e con la sua squadra di calcio perde la vita dopo una serata di svago, ciò significa che come società abbiamo ancora un gran bisogno di quegli antidoti alla trascuratezza e alla volgarità che sono il rispetto delle differenze, la ricerca del dialogo, l’osservanza degli impegni che ci si assume.

La nuova parola buona è rispetto.

Prendersi cura di sé e l’attenzione per gli altri non sono una formalità. Il rispetto è un lusso che ci possiamo sempre permettere, anche nelle situazioni di difficoltà.


Pillole audio di Sergio Astori


Testo in simboli CAA

[Versione in simboli a cura di Antonio Bianchi, Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano e Verdello, secondo il modello definito dal Centro Studi inbook]

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#PAROLEBUONE

Sergio Astori

Chi sono

Sono papà di Giulia e Silvia e marito di Monica, immunologa clinica.
Mi appassiona conoscere ciò che ci anima come donne e uomini, e studio le situazioni di limite che possono offuscare la bellezza delle persone.
Sono cresciuto a Bergamo, poi sono diventato medico a Milano, poi mi sono specializzato a Pavia in psichiatria e psicoterapia, infine ho completato gli studi con un dottorato in Salute pubblica, scienze sanitarie e formative.
Esercito a Milano dove insegno alla Facoltà di Psicologia dell’Universita Cattolica.
Quello che credo in una frase?
In noi l’intelligenza coniugata con la coscienza è una scintilla di infinito che può fare la differenza.