
La centoventunesima parola buona è NOME.
Le immagini riprese dalle telecamere della stazione di servizio sulla Statale Jonica sono quasi insostenibili. Un distributore come tanti, una strada percorsa ogni giorno da centinaia di persone, un furgone che si ferma. Poi il carburante versato sull’auto, le portiere bloccate, il fuoco.
Quattro giovani muoiono bruciati vivi.
La strage di Amendolara appartiene a quelle notizie che sconvolgono e che, proprio per la loro atrocità, rischiano di essere dimenticate troppo in fretta. Dopo pochi giorni la cronaca passa ad altro e ciò che sembrava impossibile da cancellare scivola ai margini della memoria.
Eppure questa vicenda ci consegna una possibilità preziosa: quella di dare un nome.
Dare un nome ai responsabili, perché la responsabilità non si dissolva nell’anonimato. Dare un nome alle vittime, perché non vengano assorbite in categorie indistinte come “migranti”, “braccianti”, “stranieri”. Dare attenzione a Taj Mohammad Alamyar, unico superstite.
È una differenza sottile, ma decisiva.
Molte vittime conoscono una doppia cancellazione. Prima vengono colpite dalla violenza, poi scompaiono nel silenzio. Alla ferita si aggiunge l’oblio.
Taj ha trentacinque anni. È partito da Jalalabad, in Afghanistan. Ha attraversato paesi, frontiere e paure prima di arrivare in Italia. Nei campi della costa ionica raccoglieva fragole insieme ai suoi compagni. Aspettavano una paga promessa e mai arrivata.
Fin qui potremmo vedere una delle tante storie che abitano le statistiche dell’immigrazione. Ma quando Taj racconta di sua moglie e di suo figlio, quando confessa di non avere ancora chiamato la madre perché non vuole che lo veda coperto di bende, qualcosa cambia.
La categoria lascia il posto alla persona.
Non vediamo più un migrante. Vediamo Taj.
È qui che nasce il valore di un nome. Non come semplice dato anagrafico, ma come riconoscimento. Dare un nome significa sottrarre qualcuno all’indistinto. Significa ricordare che nessuna vita è intercambiabile.
L’esperienza umana comincia sempre da un volto concreto. Prima delle idee e dei giudizi incontriamo qualcuno. E quando l’incontro accade davvero, le etichette non bastano più.
C’è poi un particolare che rischia di passare inosservato. Taj ha potuto raccontare ciò che ha vissuto perché qualcuno si è fermato ad ascoltarlo. Un mediatore ha tradotto le sue parole. Un giornalista le ha raccolte. Qualcuno ha reso possibile che quella voce raggiungesse la comunità.
Non è un dettaglio.
Ascoltare, tradurre e raccontare significa compiere un gesto di restituzione. Restituire dignità a una storia. Restituire una voce a chi rischiava di diventare soltanto un numero.
Così la cronaca smette di essere soltanto cronaca e diventa incontro.
La violenza prospera quando le persone vengono ridotte a funzioni, a forza lavoro, a presenze sostituibili. Ogni forma di sfruttamento ha bisogno di anonimato.
Per questo custodire un nome possiede una forza discreta e profonda. È un gesto piccolo, ma capace di opporsi alla disumanizzazione.
Perché le persone scompaiono due volte: quando vengono ferite e quando nessuno pronuncia più il loro nome.
La nuova parola buona è NOME.
Custodire un nome è sottrarre qualcuno alla seconda scomparsa.
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