Riconoscimento

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Possiamo essere tenuti in vita nello sguardo di qualcuno, soprattutto quando il mondo vede solo le colpe.

La centodiciannovesima parola buona è RICONOSCIMENTO.

C’è un luogo dove tutto si gioca al di qua e al di là di un cartello: Attenzione! Sorveglianza armata. Limite invalicabile. È il carcere. Lì, succede sempre qualcosa che non dimentichi.

Ricordo bene quando mi sono fermato a parlare con la direttrice di una casa di reclusione del Nord Italia. Avevo già con me alcune immagini di Parole Buone18, ma non sapevo ancora quali sarebbero servite.

Le ho portate oltre alle sbarre, dopo aver individuato le destinatarie insieme al cappellano della sezione femminile, a quelle donne che vivono un’interruzione totale delle comunicazioni con l’esterno. Nessuna telefonata. Nessuna lettera. Non per volontà del carcere, ma perché nessuno – famiglia, amici, conoscenti – si ricorda più di loro.

Pagano il conto con la giustizia, ma a un prezzo ulteriore: l’oblio. Cancellate da ogni mappa affettiva, dimenticate o rifiutate da chi un tempo le chiamava per nome.

La parola giusta, in questi contesti, può farsi mano che trattiene proprio dove più forte è la spinta a lasciarsi andare. A questo sono servite le Parole Buone. Alcune sono diventate ponti: Casa. Riparazione. Gentilezza. Speranza. Sono diventate cartoline per tentare un contatto là dove il silenzio e la delusione avevano scavato abissi. Non era certo che il tentativo funzionasse. Eppure, è stato possibile pronunciare parole nuove, nonostante tutto.

Alcune, dentro quelle mura, assumono un peso imprevisto: “Mamma – mi dice una detenuta – qui non è solo una parola: è una domanda”. Una domanda che spesso resta senza risposta.

Quasi nessuna donna immaginava che avrebbe potuto finire lì. In un luogo dove il rimpianto per la casa e per la pace si trasforma in distanza incolmabile; dove il vociare continuo sembra voler coprire un silenzio ancora più profondo. Là, le parole non sono solo suoni: diventano luoghi nell’anima. Luoghi che si credono perduti per sempre.

Le parole, trafugate dentro e fuori dal carcere, sono diventate segni di attenzione per quei cuori che rischiano di diventare muti. Il primo passo per non sentirsi le più escluse delle recluse, è essere chiamate per nome, e non solo per cognome – come avviene dagli altoparlanti dei corridoi.

Quando, anche solo per poco, si è creato uno spazio per riconoscersi, per sentirsi ancora parte di qualcosa – almeno del proprio mondo affettivo da riparare – ho potuto ringraziare quelle donne. Mi hanno insegnato ancora una volta che restare umani significa cercare la liberazione non nell’assenza di legami, ma nel coraggio di andare incontro alle occasioni che la vita continua a offrire. Anche lì dove tutto sembra perduto, anche dove, fuori, è scritto che “i limiti sono invalicabili”.

La nuova parola buona è RICONOSCIMENTO.

Possiamo essere tenuti in vita nello sguardo di qualcuno, soprattutto quando il mondo vede solo le colpe.



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Sergio Astori

Chi sono

Sono papà di Giulia e Silvia e marito di Monica, immunologa clinica.
Mi appassiona conoscere ciò che ci anima come donne e uomini, e studio le situazioni di limite che possono offuscare la bellezza delle persone.
Sono cresciuto a Bergamo, poi sono diventato medico a Milano, poi mi sono specializzato a Pavia in psichiatria e psicoterapia, infine ho completato gli studi con un dottorato in Salute pubblica, scienze sanitarie e formative.
Esercito a Milano dove insegno alla Facoltà di Psicologia dell’Universita Cattolica.
Quello che credo in una frase?
In noi l’intelligenza coniugata con la coscienza è una scintilla di infinito che può fare la differenza.