
La centoundicesima parola buona è COMPASSIONE.
Che cosa ci fa un prete in un negozio di lusso nel cuore della Galleria, a Milano? E perché si rivolge con tono esitante agli addetti alla vendita chiedendo “una borsa da sogno”, senza sapere spiegarne i dettagli?
Gli occhi dei commessi lo seguono perplessi, soprattutto quando aggiunge al primo acquisto anche un portafoglio da donna, assorto, con in mano il calice di bollicine che gli hanno offerto con i guanti bianchi. A loro non dirà nulla di ciò che lo ha condotto fin lì. Non spiegherà che non gli serve l’elegante confezione gialla, perché, tornato a casa, trasferirà ogni cosa in un sacchetto di carta marrone, coprendo la borsa e il portafoglio con pagine di giornale.
E uscito dal negozio come si esce da una cattedrale: col passo di chi ha appena portato a termine una liturgia. “L’inutile necessario” – così aveva battezzato quella missione.
Tutto era cominciato in un pomeriggio d’ospedale, nella penombra di una stanza dell’hospice. Era andato per una visita come tante, e si era trovato davanti una ragazza giovane, fragile come le cose belle. Parlavano piano. A un certo punto, lei — tra il serio e il sognante – aveva detto: «Vorrei una borsa bellissima, una di quelle vere.»
Non cercava pietà. Solo un momento di leggerezza. Una finestra spalancata sull’immaginazione.
Il prete non aveva avuto il coraggio di interromperla. L’aveva ascoltata come si ascolta un desiderio che chiede di essere preso sul serio, anche se sembra fuori posto.
Così, quel giorno, era tornato. Senza pacchi vistosi, solo col suo sacchetto semplice, dentro il quale c’era un pezzetto di sogno. Per rendere tutto più credibile, aveva anche inventato una storia: che la borsa l’aveva presa da un mercante in strada, e che forse si trattava di un falso.
La ragazza lo guardò di traverso. «Ma don…», disse, trattenendo il sorriso. Aveva capito.
Lui, con una smorfia già pronta, rispose: «Forse il venditore si è confuso. Ha visto che ero un prete, e mi ha dato qualcosa di meglio di quanto pensasse.» Non c’era niente da spiegare. Lei non aveva bisogno di pietà, ma di essere accompagnata. Non come una malata, ma come una nipote pronta a toccare un pezzo di cielo.
Anche lui era felice, in un modo silenzioso e duraturo. “Si può vivere benissimo senza borse di marca,” confiderà più tardi. “Ma ci sono momenti in cui le inutili necessità diventano profondamente essenziali. Quando l’anima ha il coraggio di mostrarsi, serve imparare a vederla. E starle accanto”.
La nuova parola buona è COMPASSIONE.
Chi ha vera misericordia si china e resta a fianco, non risolve,
ma accompagna.
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