
La centosedicesima parola buona è INSIEME.
Mi sono trovato di nuovo ad animare un laboratorio con le Parole Buone. Nei saloni di un oratorio erano stati preparati molti tavoli, apparecchiati per consumare al volo un’apericena, ma soprattutto adatti a fare spazio. Attorno, adulti e ragazzi inclinati verso le domande messe al centro, quasi a mostrare con il corpo di aver intuito che le tovaglie bianche erano volutamente lì per diventare la tela su cui riversare i colori di un incontro vero.
Pennarelli, fogli, cartoncini, immagini sparse si sono mescolati a bicchieri di plastica mezzi pieni, piattini con pizze, focacce e altro da spizzicare. Le mani hanno scritto, cancellato, aggiunto, e i tavoli, da superfici neutre, sono diventati luoghi di parola: una mappa imperfetta, una memoria che prende forma mentre la si attraversa. Le tracce sui fogli hanno fissato, per qualche istante, la scia di racconti in gran parte inimmaginabili.
Ciò che non era scontato, infatti, era raccogliere la sfida di rinunciare a uno sguardo formativo a senso unico. Non adulti che spiegano ai ragazzi, né ragazzi che parlano solo tra loro. Stare insieme, invece, nello stesso tempo, riconoscendosi iscritti in una dinamicità collettiva che non esclude nessuno. Una rarità, oggi, quando per partecipare a qualsiasi iniziativa pubblica occorre anzitutto prenotare e attendere conferma di essere stati accettati.
Un’apericena come gesto semplice e radicale: sedersi allo stesso tavolo, condividere cibo e pensiero, senza ruoli rigidi, senza cattedre.
Il viaggio è cominciato dal minimo indispensabile. Un nome. Una presenza. Il punto zero dell’identità: ci sono. Adulti e ragazzi hanno iniziato a presentarsi a partire dallo stesso silenzio originario. Durante la serata i ragazzi hanno raccontato studio, sport, squadre, gite in montagna: passi in fila, corpi in movimento, obiettivi da raggiungere insieme. Gli adulti hanno parlato di lavoro, impegno, fatica, responsabilità. Stesso sentiero, zaini diversi, la stessa umanità condivisa.
Sui tavoli sono comparsi i disegni di più di ottanta cuori. Cuori-amici, che danno respiro. Cuori-famiglia, che tengono le radici. I ragazzi hanno nominato il gruppo, gli adulti la relazione che dura. In entrambi, una certezza condivisa: non si cresce da soli. E poi il clima, quello esterno e anche quello interiore. Il sole dell’entusiasmo, il calore di chi incoraggia. E la pioggia dei momenti opachi, quelli che non si capiscono subito. Sole e acqua, entrambi necessari per far crescere ciò che è vivo.
Qualcuno si è fermato a guardare le impronte, quando i fogli sono diventati un unico, immenso murales. Impegno, costanza, onestà, sfida sono le parole annotate in risposta alle domande iniziali: tracce di uno stile, più che idee definite. Sono emersi così i simboli del desiderio di diventare più umani, adulti e ragazzi nella medesima tensione.
Ai tavoli, per una sera, abbiamo assaporato che l’identità nasce dall’insieme. Che l’io prende forma solo dentro un noi. Poi, dal giorno successivo, il ritorno alla vita di prima: studio, lavoro, famiglia. Ciascuno con la pace interiore di non dover essere tutto e la certezza che, per il bene di tutti, è già abbastanza essere pienamente se stessi.
La nuova parola buona è INSIEME.
La verità dell’incontro accade quando si cammina insieme,
senza stabilire prima chi guida e chi impara.
TI È PIACIUTA LA PAROLA BUONA? CONDIVIDILA!