Lavoro

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Si è produttivi davvero quando si avviano storie di cambiamento e conta la presenza di tutti.

La centottesima parola buona è LAVORO.

La nuova amministrazione americana, già al potere tra il 2017 e il 2021, accusa le amministrazioni precedenti di aver favorito l’assunzione di persone non qualificate, con disabilità fisiche o psichiche.

Dette da chi ha voce pubblica, sono parole affilate come coltelli. Parole che non si possono lasciar passare nel silenzio, in quanto riecheggiano convinzioni radicate anche nella cultura nostrana del lavoro.

Nel 2023, solo in Lombardia, le aziende hanno versato circa 76 milioni di euro in sanzioni e contributi esonerativi, scegliendo così di non assumere persone con disabilità, come previsto dalla Legge 68. Una legge pensata per garantire dignità e inclusione, ma spesso aggirata in nome di logiche aziendali che continuano a considerare la fragilità come un ostacolo e non come una risorsa.

E i numeri parlano chiaro: il tasso di occupazione delle persone con disabilità è al 35,8%, contro il 62% della popolazione generale; se sei donna e disabile, scende al 26,7%; se hai meno di 40 anni, crolla al 17,5%.

Sono cifre che raccontano le mancate assunzioni e un’idea di lavoro che esclude, anziché includere.

Non serve evocare gli orrori del passato — come l’Ausmerzen, la politica nazista che definiva “indegne di essere vissute” le vite delle persone disabili — per comprendere la gravità di una cultura che nega spazio e prospettive a chi non corrisponde a un’idea astratta di efficienza.

Una cultura incapace di riconoscere il ruolo dei disability manager, professionisti in grado di facilitare l’integrazione dentro le aziende, in modo che il lavoro possa diventare laboratorio di umanità.

Per avere lavoro buono, serve cambiare lo sguardo, creare opportunità, promuovere la partecipazione. Perché il lavoro torni a essere luogo di dignità.

La nuova parola buona è LAVORO.

Si è produttivi davvero quando si avviano storie di cambiamento e conta la presenza di tutti.



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Sergio Astori

Chi sono

Sono papà di Giulia e Silvia e marito di Monica, immunologa clinica.
Mi appassiona conoscere ciò che ci anima come donne e uomini, e studio le situazioni di limite che possono offuscare la bellezza delle persone.
Sono cresciuto a Bergamo, poi sono diventato medico a Milano, poi mi sono specializzato a Pavia in psichiatria e psicoterapia, infine ho completato gli studi con un dottorato in Salute pubblica, scienze sanitarie e formative.
Esercito a Milano dove insegno alla Facoltà di Psicologia dell’Universita Cattolica.
Quello che credo in una frase?
In noi l’intelligenza coniugata con la coscienza è una scintilla di infinito che può fare la differenza.