Profumo

P
Ciò che tocca con delicatezza il nostro senso, ci risveglia e lascia nella memoria la traccia sottile di un incontro.

La centododicesima parola buona è PROFUMO.

Ho imparato molto sulle note olfattive durante una visita in una celebre fabbrica di profumi nel Sud della Francia.

Più che in anni di letture o di racconti, è stato un apprendimento utile perché vissuto e tangibile. Mentre gli occhi seguivano la produzione degli oli essenziali, la memoria riconosceva le piante locali da cui nascono: gelsomino, fiore d’arancio, mimosa, violetta, lavanda, ginestra, e la celebre rosa centifoglia.

Ho scoperto che, per estrarre pochi decilitri di essenza dai fiori più robusti, occorre distillare tonnellate di petali. Eppure, ogni passaggio conserva un rispetto silenzioso per ciò che viene trattato: i residui dei serbatoi diventano saponi, creme, memoria del fiore che continua a donare.

Sono rimasto affascinato dall’arte dell’enfleurage. Serve per i fiori più fragili, quelli che custodiscono solo tracce minime di essenza. I petali vengono adagiati su grassi neutri che, lentamente, assorbono il loro respiro sottile. Giorno dopo giorno, il grasso si satura della loro fragranza. Poi, con l’alcol, questa memoria odorosa viene liberata e trasformata in un estratto chiamato “assoluto”.

Non è solo profumo: è fedeltà. La traccia più vicina al fiore vivo. Il profumo non viene strappato, ma accolto, raccolto nella sua offerta naturale. È un processo che ci ricorda che le cose più preziose nascono per osmosi, per prossimità, per paziente attenzione.

Ecco l’unicità dell’enfleurage: non produce solo essenza, custodisce un incontro. Tra fragilità e cura. Tra petali e mani attente. Tra tempo che scorre e memoria che rimane. Al termine della visita, si apre davanti agli occhi del visitatore il cuore della creazione: la bacheca dei profumieri. Tre livelli: note di testa, fresche e agrumate; note di cuore, fiorite e fruttate; note di fondo, legnose, muschiate, ambrate. Una tavolozza olfattiva che racconta storie, invita a viaggi interiori, e lascia scie capaci di risvegliare sensazioni profonde e persistenti.

Il segreto di un buon profumiere, il “naso”, non è solo inventare un mélange che conquisti. È accogliere la sfida: ogni fragranza sarà percepita in modo personale, secondo la memoria olfattiva di chi la incontra. Da Ernest Beaux, mente dietro Chanel No.5, a Francis Kurkdjian, enfant prodige dei nostri giorni, i “nasi” al mondo sono pochi.

Eppure, ci insegnano quanto il profumo possa diventare linguaggio: raccontare una storia, mantenere equilibrio tra scienza e arte, tra tecnologia e sensibilità. Perché nel DNA di ciascuno è scritta un’armonia impalpabile, che si rivela solo quando supera il confine dell’esperienza sensibile.

La nuova parola buona è PROFUMO.

Chi ha vera misericordia si china e resta a fianco, non risolve,

ma accompagna.



TI È PIACIUTA LA PAROLA BUONA? CONDIVIDILA!

Sergio Astori

Chi sono

Sono papà di Giulia e Silvia e marito di Monica, immunologa clinica.
Mi appassiona conoscere ciò che ci anima come donne e uomini, e studio le situazioni di limite che possono offuscare la bellezza delle persone.
Sono cresciuto a Bergamo, poi sono diventato medico a Milano, poi mi sono specializzato a Pavia in psichiatria e psicoterapia, infine ho completato gli studi con un dottorato in Salute pubblica, scienze sanitarie e formative.
Esercito a Milano dove insegno alla Facoltà di Psicologia dell’Universita Cattolica.
Quello che credo in una frase?
In noi l’intelligenza coniugata con la coscienza è una scintilla di infinito che può fare la differenza.