
La centotredicesima parola buona è RESILIENZA.
La resilienza non è una formula. Non si apprende da un manuale. È un cammino abitato da presenze, da attese, da contraddizioni feconde.
Resilienza è ciò che succede quando qualcuno – come Simone – attraversa la vita senza rinunciare a se stesso, anche se il mondo attorno prova a sminuirlo. “Dove vuole andare? Ma siamo sicuri che non si perde? Se poi lo derubano o, peggio, lo arrestano?”, erano i commenti raccolti alla sua idea.
Nel documentario Elsewere – Altrove, Simone – 24 anni, Sindrome di Down – racconta il suo primo viaggio da solo; destinazione Malta. Un viaggio fuori e dentro di sé. Il mare, il lavoro, il cugino Mauro, le risate, il silenzio sott’acqua: tutto concorre a tracciare la mappa di una vita che sa andare altrove. Altrove dal pregiudizio, altrove dall’etichetta, altrove dal pietismo.
“Anche se sono Down, sono anche altre cose”, dice. Lo dice immergendosi nel Mediterraneo, insegnandoci che la resilienza è poter tornare a sentirsi presenti a se stessi, senza sentirsi osservati, giudicati, classificati. Quando Silvia – giovane donna con la stessa trisomia – gli domanda come faccia ad accettarsi, Simone risponde col cuore: “Me l’ha insegnato mia sorella. Mi ha detto: tu non ti devi vergognare di quello che sei. E così ho fatto. Sono così, e l’ho accettato”.
Non si tratta di una risposta semplice, né automatica. È il frutto di un cammino condiviso, fatto di sguardi che non pesano, di legami che non stringono. Mauro, il cugino, è stato per lui un “anti-Lucignolo”: non lo ha sedotto con il miraggio della fuga, ma lo ha accolto nel suo mondo senza domandargli di diventare altro. Un legame fraterno non invadente, che lascia spazio e insieme genera fiducia.
Resilienza, allora, è anche questo: non diventare eroi, essere lasciati essere, dentro relazioni che sanno offrire ascolto e apertura. È una forza dolce, mai solitaria, che ha bisogno degli altri, senza doverne per forza dipendere. È uno spazio in cui le definizioni non fanno più male, perché superate da un affetto che sa nominare senza incasellare.
In Simone si intrecciano la dolcezza di chi non si è irrigidito e la verità di chi non finge. Dice: “Tutti abbiamo bisogno di abbracci. Io un po’ di più”. Ed è in questa confidenza che la resilienza si fa visibile: nella capacità di riconoscere il bisogno e di non nasconderlo. Anzi, di farne occasione per riprendersi e per rimettersi nella vita, anche quando sembrava che non ci fosse più alcun posto per te.
La nuova parola buona è RESILIENZA.
Le prove della vita non spezzano chi traccia rotte nuove
restando fedele alla propria anima.
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