
La centodiciottesima parola buona è SLANCIO.
A volte ascolto persone che raccontano di aver trovato in sé una “forza incredibile” proprio là dove immaginavano un limite. Quando a dirlo è un anziano, l’emozione è contagiosa.
Come quell’uomo che un giorno arrivò accompagnando la compagna di una vita, con impressi i primi segni di Alzheimer. Lei parlava poco. Il racconto era tutto affidato a lui. Disse di aver trovato la spinta a chiedere un aiuto specialistico solo dopo un gesto estremo che lo aveva costretto a uscire dalla negazione.
Era uscito sul balcone del loro attico, ottavo piano, per cogliere qualche foglia di basilico per il sugo. Nella confusione crescente, lei aveva chiuso la portafinestra. Si ritrovò intrappolato: senza telefono per domandare aiuto, senza modo di farsi sentire.
«Dottore», mi disse, «in quel momento ho scoperto di avere una forza incredibile. Pensare che credevo di soffrire di vertigini. Mia moglie avrebbe potuto scottarsi con il fornello. Non potevo rientrare dal balcone, ma sapevo che non chiudevamo la porta di casa a chiave. Dovevo rientrare. A ogni costo».
Scavalcò il parapetto e si aggrappò al pluviale. Scese fino al balcone sottostante, dove i vicini riuscirono a tirarlo dentro.«Non si immagina il loro stupore», aggiunse. «E chissà se avrei avuto la forza di arrivare fino a terra». Quando rientrò a casa, lei non si era accorta di nulla. Fu proprio quell’assenza a spaventarlo più della caduta sfiorata. Da lì la decisione di chiedere subito un consulto.
La diagnosi della malattia era prevedibile. Non lo era il racconto di quel moto interiore: la spinta a trasformare la paura in gesto, la fragilità in forza, l’imprevisto in rivelazione.
La nuova parola buona è SLANCIO.
Un moto interiore limpido è capace di trasformare la paura in gesto, la fragilità in forza, l’imprevisto in rivelazione.
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