Riflessione

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Dare respiro ai luoghi interiori educa a trovare senso, senza il bisogno di risposte già pronte.

La centonovesima parola buona è RIFLESSIONE.

A Villanova Monteleone, nel cuore della Sardegna nord-occidentale, ho avuto occasione di parlare nel contesto della rassegna Educare e prevenire nel tempo dell’intelligenza artificiale.


Villanova è un paese di poco meno di 2.500 abitanti dove, d’estate, ci si siede in ascolto all’ombra di un antico palazzo. Abbiamo letteralmente sostato. Non semplicemente ci siamo fermati, ma molto di più.


Lì, un’associazione culturale, una parrocchia, l’intero municipio hanno chiamato a raccolta corpi e anime. Abbiamo respirato insieme l’aria di un paese che sa ancora fare comunità, ascoltare, interrogarsi. L’incontro non è stato un passaggio fugace, ma un sentirsi a casa, anche solo per un poco. In momenti come questo si coglie un’attenzione autentica. Semplicemente, si rivela la capacità di darsi tempo, di rinunciare alla fretta del “risolvere tutto”, di ritornare al valore dell’esperienza. L’incontro ha favorito un ascolto orientato a comprendere, e non soltanto a rispondere.


Abbiamo parlato di una domanda attuale: come crescere umani tra algoritmi e abbracci? Ho condiviso il mio punto di vista su ciò che l’intelligenza artificiale può offrire – e su ciò che non potrà mai sostituire: la nostra capacità umana di dare senso. Non solo di elaborare dati, ma di stare nelle relazioni, nelle contraddizioni, nei significati che maturano nel tempo.


Soffermandoci nella luce gentile della piazzetta dedicata a Raimondo Piras, non ci siamo solo parlati. Ci siamo riconosciuti. Abbiamo evitato le scorciatoie degli entusiasmi ingenui e le trappole dei catastrofismi inutili; ci siamo immersi, con semplicità, nell’esemplarità del quotidiano.


È lì che si misura la distanza – reale e simbolica – tra algoritmi e abbracci: nelle dosi piene di umanità, di presenza, di respiro.
Possiamo abitare anche il tempo dei bit, ma solo se custodiamo le ore lente delle parole buone, dei gesti veri, dei silenzi abitati.
Non per perderci, ma per ritrovarci, e ripartire.

La nuova parola buona è RIFLESSIONE.

Dare respiro ai luoghi interiori educa a trovare senso,

senza il bisogno di risposte già pronte.



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Sergio Astori

Chi sono

Sono papà di Giulia e Silvia e marito di Monica, immunologa clinica.
Mi appassiona conoscere ciò che ci anima come donne e uomini, e studio le situazioni di limite che possono offuscare la bellezza delle persone.
Sono cresciuto a Bergamo, poi sono diventato medico a Milano, poi mi sono specializzato a Pavia in psichiatria e psicoterapia, infine ho completato gli studi con un dottorato in Salute pubblica, scienze sanitarie e formative.
Esercito a Milano dove insegno alla Facoltà di Psicologia dell’Universita Cattolica.
Quello che credo in una frase?
In noi l’intelligenza coniugata con la coscienza è una scintilla di infinito che può fare la differenza.